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KBirr: la birra parla napoletano


«Ua, ch’ birr!»: un’esclamazione tutta napoletana, che sintetizza la passionalità e l’immediata schiettezza racchiuse in questa nuova birra, KBirr, appunto.

Un nome che racconta, come un programma, le caratteristiche di questa birra “emozionale”.
Così infatti l’ha definita il suo creatore, Fabio Ditto, che dichiara:«KBirr dimostra come il territorio campano sia vocato alla produzione della birra e non abbia nulla da invidiare ai paesi Europei. È una birra moderna, contemporanea ma anche il prodotto della terra campana. Una birra semplice, diretta, festosa nel linguaggio».

Ditto , imprenditore napoletano di 43 anni, è grande conoscitore e cultore della birra di alta qualità: la sua passione, nata dai frequenti viaggi in Germania, l’ha portato a fondare nel 1999 Loco for Drink, l’azienda leader in Campania per l’importazione e distribuzione di birre nazionali ed internazionali. L’azienda, che dedica una particolare attenzione alle produzioni di micro birrifici a lavorazione artigianale, oggi conta 200 clienti in tutta la Campania (birrerie principalmente ma anche pizzerie e ristoranti).
Ma il sogno di Ditto è quello di creare in Campania una birra di qualità rigorosamente artigianale. Così dopo un attento studio e varie “cotte” condotte con il maestro birraio Achille Certezza del micro birrificio Chiari Sas, Ditto ha trovato la ricetta perfetta.
Ed è nata KBirr.

Sono tre le tipologie prodotte, in un ventaglio di differenze che esprime a pieno la “napoletanità” come filosofia di vita sospesa tra serietà e irriverenza, tra sacro e profano.
Sono tutte birre di produzione artigianale, non filtrate e non pastorizzate: tutte hanno un inizio dolce al palato con finale amaro, e sono complesse ma allo stesso tempo facili da bere e da degustare.

La Lager NATAVOT
birra campana artigianale

 

ha sull’etichetta un’immagine stilizzata di San Gennaro e alla devozione al Santo rimanda anche nel nome: ogni 19 settembre Faccia Gialluta, come i Napoletani chiamano il loro Patrono, viene pregato perché ripeta “un’altra volta” (natavot in napoletano) il miracolo dello scioglimento del sangue.
Così questa birra è una lager bionda molto leggera e si presta ad essere richiesta e ribevuta più volte: il luppolo regala un sapore intenso a una bevanda che risulta insieme altamente digeribile e gustosa.

 

 

 

 

JATTURA

birra campana artigianale

 

è una Scotch Ale. In etichetta appare il simbolo di un corno stilizzato. I Napoletani, si sa, sono molto scaramantici, e il corno portafortuna è, senza dubbio, l’amuleto più diffuso in città, legato a riti magici e pagani. Nell’antichità le corna erano ritenute emblema di potere e di discendenza divina; un emblema scelto anche da grandi condottieri come –pare- Alessandro Magno. Non solo: per gli uomini era un tempo usanza portare un solo cornetto, che andava toccato e baciato prima di un’impresa bellica o prima di concludere un affare. Quale che sia il loro utilizzo i corni restano sempre piccoli amuleti legati agli antichi riti magici pagani.
Jattura è una birra dal colore ramato prodotta con una percentuale di malto di whisky affumicato con legno di torba. Al naso il torbato è subito evidente insieme ai sentori di malto e caramello. Porterà fortuna?

 

 

PALIAT

birra campana artigianale

è una birra molto complessa, una Imperial Stout, creata con materie prime di alta gamma (dai malti tostati al luppolo). Il nome Paliat, nel dialetto napoletano, significa “dare una solenne bastonata”, “picchiare con forza”. Sull’etichetta è raffigurato un mastino napoletano: nome e simbolo rimandano al significato di “per-cotere”, scuotere intensamente e continuamente. La Paliat, infatti, ha una elevata gradazione alcolica di oltre 9° che scuote piacevolmente, ma intensamente, chi la degusta.
Al palato si presenta corposa con un impatto maltato che lascia spazio alle note di caffè, nocciola e cioccolato amaro.

Dani
Dani
About me

Daniela Guaiti, autrice instancabile di manuali di cucina, ha fatto della divulgazione gastronomica la sua missione nella vita. Ha scritto libri su quasi tutto quello che ha a che fare con il cibo: la cucina tradizionale italiana (18 volumi di Grande cucina Regionale) e quella etnica (Sushi, I sapori della cucina spagnola), la cucina d’autore (Le Carni, Sapori e profumi nella cucina di 12 grandi chef) e quella dietetica, senza dimenticare i prodotti tipici (1000 sapori da gustare nella vita), il vino (I grandi libri del vino) e la birra. Tantissimi libri, con diversi editori, da Gribaudo a Giunti, da De’ Vecchi a Rizzoli, ma anche giornali: prima La Cucina del Corriere della Sera, e adesso La Cucina Italiana. Perché oltre al cibo, nella sua testa c’è la scrittura. Si è laureata in Letteratura Greca alla Statale di Milano, ma subito ha capito che non ci sarebbe stata un’altra via possibile: tra la letteratura e le ricette ha sposato queste ultime, senza se e senza ma. Anzi, un ‘ma’ c’è: ma non prendiamoci troppo sul serio!

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