Andrea Castellanza By

Iconografia dell’appetito: un’arbitraria storia delle immagini del cibo


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Ultima Cena (1255/1319)– Duccio di Boninsegna

Chi ritiene che la comunicazione del cibo sia figlia, forse sovrannumeraria, della televisione e dei media digitali, al limite del cinema e che non esistano altre epoche in cui una tavola imbandita sia stata raccontata così tanto come nei nostri giorni, sbaglia di grosso. Il cibo, e soprattutto la tavola, sono senza dubbio tra i maggiori protagonisti della storia dell’umanità dal punto di vista iconografico. Gli alimenti, anche in epoche storiche contrassegnate dalla fame più nera, sono stati rappresentati, dipinti, raccontati, desiderati come poche altre cose. L’immagine senza dubbio più riconoscibile e raffigurata nella storia, per lo meno del mondo occidentale, è sicuramente l’Ultima Cena: migliaia di pittori, incisori, arazzieri hanno mostrato l’ultimo pasto di Gesù con dovizia di particolari alimentari e psicologici, spesso attualizzandolo. Dai tradizionali pani e coppe di vino, talvolta con aggiunta di pesci, si passa ad agnelli e frutta, fino ad un maialino da latte in una tela di Duccio da Boninsegna e all’Ultima Cena di Frida Kahlo, con cervi metà umani, arrosti, teschi e tutti i presenti con le sembianze della pittrice stessa.

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Frida Kahlo ( 1907-1954) – L’Ultima Cena (libero utilizzo da Fondazione Frida Kahlo)

Miliardi di esseri umani, nella storia, hanno pregato, si sono meravigliati, hanno riposto speranze davanti alla rappresentazione del banchetto di Gesù. La stessa religione cristiana, in fondo ha una forte connotazione “alimentare” che non può essere dimenticata.
Ma già in epoca romana e tardo-romana, per esempio nelle case pompeiane o nei mosaici di Piazza Armerina, la rappresentazione di materie prime alimentari, di piatti e commensali non mancano, tanto da mostrarci spesso quali fossero le abitudini del tempo, le preparazioni, l’estetica dei cibi.

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Natura morta con fruttiera di vetro e vasi, Casa di Julia Felix, Pompei – foto da beniculturali.it

Anche nelle austere miniature medievali il cibo, con la religione, la fa da padrone. Nei “Tacuina Sanitatis”, veri e propri manuali di wellness ante litteram tardo medievali, la descrizione dei cibi, della loro preparazione, delle loro virtù officinali, è splendidamente descritta con immagini dettagliatissime e, per molti aspetti, sorprendenti nella loro modernità.

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Tacuina Sanitatis (XIV sec.) La Pasta

Nel Rinascimento le pietanze raffigurate non sono più “accessorie”, ma diventano protagoniste dell’arte. Un esempio è Giuseppe Arcimboldo che fa del cibo, della frutta e della verdura, oggetti ormai non più sacrali di ironia, raffigurazione psicologica, gioco visuale, riproduzione magica e alchemica.

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Giuseppe Arcimboldo (1527-1593) – Natura morta reversibile, l’ortolano

Un pittore fiammingo seicentesco come Pieter Claesz, si fa portatore dell’illustrazione della ricchezza della nuova opulenta borghesia mercantile ansiosa di mostrare il successo economico post-rinascimentale: argenti, vasi colmi di frutta, ostriche, tortini ripieni, tacchini di esotica provenienza.

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Pieter Claesz (1598-1661) Natura morta

Il cibo torna ad essere rappresentazione del reale e della condizione del popolo forse solo nell’ottocento, e nel dipinto conviviale più famoso dopo l’Ultima Cena di Leonardo, “I mangiatori di patate” da cui traspare una fatica ed una malinconia tipica della personalità del suo autore: Vincent Van Gogh.

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Vincent Van Gogh (1853-1890) I mangiatori di patate

L’ottocento è l’epoca in cui nasce un altro modo di rappresentare la realtà: la fotografia. Le immagini del reale, già dalla terza decade del secolo diventano popolarissime. Se la prima foto in assoluto conservata, immortala (è il caso di dire) i tetti di Saint-Loup-de-Varenne in Borgogna nel 1826, il suo autore Joseph Nicéphore Niépce ne scattò molte altre e la seconda a noi pervenuta (anche se in copia) è, ça va sans dire, una foto di cibo, per l’esattezza una tavola imbandita presentata nel 1829 (e forse scattata nel 1827), realizzata su vetro.

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Joseph Nicéphore Niépce (1765-1833) Eliografia – bitume di giudea su vetro

Il Cinema poi, alla fine del XIX secolo, inizia la sua avventura, che con la televisione ed il video sembra non poter fare a meno di immagini, storie, racconti di cibo. Ma su questo tema prometto molti e più dettagliati aneddoti.
Alla fine di questo arbitrario e a dir poco non completo racconto del cibo nell’arte e nell’iconografia di 2000 anni di storia, un’ultima sortita: qual è la più caratteristica rappresentazione dell’arte dell’ultimo secolo, tra le più conosciute, sicuramente la più duplicata e commercialmente diffusa in copie, riproduzioni grafiche, fotografie, tanto che forse in un cassetto, o magari stampata su un oggetto di uso quotidiano non manca nelle nostre case? Ma i “Campbell’s Soup Cans” di Andy Warhol, naturalmente… cercatela, stampata su una presina, sulla copertina di un quaderno, su una cartolina tra le vecchie foto la troverete di sicuro.

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Andy Warhol (1928-1987) – Campbell’s Soup Cans – foto di Maurizio Pesce – Creative Commons Licence

La sensazione di continuare a nutrirci di arte, magari inconsapevolmente, sarà di conforto. Nella speranza, ma forse potrei dire nella sicurezza, che l’appeal del cibo come componente della comunicazione artistica e visuale non solo non morirà mai, ma continuerà sempre più ad appagare i nostri sensi visivi prima che gustativi. Buon appetito!

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