Anna By

TEDx di Arezzo


Il mio intervento al TEDx di Arezzo, spiegato bene.

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Il TED è una piattaforma no profit, fondata nel 1984, che dà visibilità alle idee che vale la pena diffondere.
E lo fa attraverso una grande conferenza annuale (il TED, appunto) e una serie di eventi indipendenti (i TEDx), organizzati in tutto il mondo.
Questa organizzazione raccoglie interventi di ogni tipo, su svariati temi, e li mette a disposizione di tutti attraverso un sito che raccoglie tutti i talk, che vengono tradotti da volontari in numerosissime lingue in modo che le idee possano davvero espandersi il più possibile nel mondo.
“Crediamo fortemente – recita lo statuto dell’organizzazione – nel potere che hanno le idee di cambiare gli atteggiamenti, le vite e, in definitiva, il mondo. Stiamo quindi costruendo una camera di compensazione che offra conoscenza e inspirazione libera da ogni vincolo grazie alle menti più inspirate del nostro tempo. E anche una comunità di persone curiose che vogliano confrontarsi con altre idee e altre persone”.
www.ted.com

Essere speaker ad un evento TEDx è uno dei sogni di chiunque si sia mai imbattuto in questa magica realtà. Ed era anche il mio.
Ma accanto a matematici, politici, neuroscienziati, premi Nobel e artisti non avrei mai immaginato che ci fosse spazio anche per la cucina, e per me. E invece…
L’invito è arrivato dal TEDxArezzo, e sono stata felicissima di accoglierlo e di poter far parte di una così prestigiosa piattaforma internazionale, per spiegare quello che più mi sta a cuore e che cerco – ogni giorno – di raccontare su unaricettalgiorno e su tutti i canali che ho a disposizione.
Ecco, quindi, la mia presentazione.

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La partenza, naturalmente, è il mio mantra: ‘Più cibo, meno food’.
E’ ormai una mia cifra rappresentativa, non ricordo nemmeno quando ho iniziato ad usare quest’espressione ma è ormai diventata parte di me.
In Italia, quando vogliamo rendere una cosa accattivante, normalmente le diamo un nome inglese, perché questo semplice passaggio la rende subito più intrigante.
Così è successo col cibo, che ad un certo punto è diventato ‘food’ e ha smesso di essere un argomento da massaie o da cuochi ed è diventato un tema di cui tutti sanno, di cui tutti parlano e che non può non essere citato ovunque e comunque.
Preferire il termine ‘cibo’ al termine ‘food’, per me, equivale a smettere di parlare di un fenomeno di moda, di puro entertainment, e provare a riportarlo al suo significato più autentico. E provo a convincervi che sia meglio per tutti noi, con qualche esempio.

Mangiare è un atto culturale: fin dalla scelta di che cosa usare per nutrirsi, passando per la sua produzione e arrivando fino alla cucina, che fa da tramite tra noi e la natura.

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Feuerbach scrive ‘l’uomo è ciò che mangia’ cioè esiste un’unità inscindibile fra psiche e corpo: per pensare meglio dobbiamo alimentarci meglio.
Massimo Montanari, uno dei più grandi storici dell’alimentazione del nostro Paese, ribaltando la frase, sostiene che mangiamo quello che siamo, ovvero che mettiamo nel cibo che produciamo e cuciniamo la nostra cultura.
Io, più semplicemente e più ‘fisicamente’ non mi stanco di sottolineare che quello che mangiamo diventa noi. Non entra solo nel nostro corpo transitandovi, ma ne diventa parte integrante e fondante. Pensiamoci bene, ogni volta che decidiamo di farci del male con cibo cattivo, cucinato male, o non etico.

Ma proviamo a vedere come comunichiamo il cibo.
Quando il cibo era solo ‘cibo’, Mario Soldati lo raccontava così:

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Indimenticabili pezzi di bravura, con tanto contenuto e poco spettacolo, dove il protagonista era il cibo e non i conduttori dello show. Forse un po’ lento, per noi spettatori contemporanei, forse un po’ troppo didascalico, ma sicuramente efficace e puntuale, di servizio, e davvero in grado di spiegarci i prodotti, il territorio, il lavoro e la sapienza artigianale.

Oggi, con il cibo diventato ‘food’, siamo nel momento della massima spettacolarizzazione di questo tema, che in televisione raggiunge il suo apice con programmi come Masterchef o simili.
E di food parliamo così:

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La strada è quella giusta? Secondo me, no. Usare il cibo come divertimento fine a se stesso, buttarlo per dimostrarsi critici competenti è un’aberrazione del suo significato più alto e importante. Il cibo è nutrimento e come tale va rispettato, e trattato. Ricordando sempre che quello che per noi è un gioco, per molta parte del mondo è bisogno quotidiano, spesso non soddisfatto.

Ma che cosa ci aspetta nel futuro?
In fondo, da quando siamo sulla terra e siamo diventati stanziali, non abbiamo modificato di molto il nostro modo di alimentarci. Alleviamo, coltiviamo, cuociamo e mangiamo.
Davvero non c’è un’altra strada possibile?

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Noi non abbiamo bisogno del cibo, ma dei nutrienti che il cibo apporta al nostro organismo.
E se ci nutrissimo solo di quelli? La nostra alimentazione sarebbe più funzionale, più efficace ed efficiente, più economica.
E’ quello che hanno provato a fare un gruppo di studenti americani, che hanno creato questo beverone in grado di fornire tutte le vitamine che servono al vostro organismo, tutte le fibre e le calorie in un formato economico, semplice da preparare e al 100% vegano e prodotto a impatto zero.
Finanziata con un crowdfunding, questa apparente follia ha preso piede e oggi è venduta online sia negli Stati Uniti (Solylent www.soylent.com) che in Europa (Joylent www.joylent.eu).
Dal punto di vista scientifico pare essere ineccepibile. Numerosi studi clinici dicono che non solo starete bene, ma che starete meglio di come state mangiando normalmente, perché nessuno di noi è in grado – col semplice cibo – di avere un’alimentazione perfettamente equilibrata.
E’ molto più economico (costa meno di 3 dollari per 400 chilocalorie), sia per le nostre tasche che per il pianeta. E’ più pratico e più rapido di qualunque pasto potremmo prepararci.
Potrebbe essere la soluzione alla fame nel mondo.
Ma voi vi nutrireste a beveroni tutta la vita?
Non credo.

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E perché no?
Perché un uomo non mangia solo per nutrirsi.
Perché il significato profondo del cibo è culturale, sociale, antropologico.
Perché un uomo mangia?
Perché ha fame, sicuramente. Ma se il significato del cibo fosse solo questo, non ci differenzieremmo molto dagli altri animali. E quindi?
L’uomo mangia perché è buono, perché vuole stare in salute.
Ma il cibo è anche nutrimento dell’anima e dei sensi (pensiamo al comfort food, alle madeleines di Proust).
E’ anche atto sociale, di condivisione, convivialità.
E non c’è beverone che tenga!

E allora qual è il cibo perfetto?
Il cibo perfetto, come mi insegna da sempre il mio chef Fabio Zago, deve avere cinque caratteristiche principali.
Deve essere:
1. sano
2. buono
3. bello
4. economico
5. facile da consumare

C’è un cibo così? C’è, ed è italiano, anche se ormai è diventato patrimonio dell’umanità. E’ la pizza!

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Come possiamo andare ‘oltre’?
Cambiando la nostra comunicazione attorno al cibo, smettendo di spettacolarizzarlo e facendolo tornare un atto simbolico importante, restituendogli la sua valenza profonda di nutrimento.
Ritornando a chiamarlo cibo, togliendogli l’allure modaiola e riscoprendo che quello che abbiamo nel piatto – gli alimenti con cui ci nutriamo – sono più importanti e vanno conosciuti meglio del suo ‘impiattamento’ o della tecnologia che usiamo per trasformarlo.

‘Più cibo, meno food’, dunque.
Sperando che dopo questo talk, non spenderete per l’olio che condisce la vostra insalata meno di quanto spendete quando comprate l’olio per il motore della vostra auto.

 

Guarda il video: https://youtu.be/MQLE68R0Py0

Anna
Anna
About me

Anna Prandoni, giornalista e scrittrice, si occupa da oltre quindici anni di enogastronomia, con particolare attenzione alla storia dell’alimentazione e alla sua influenza sulla cultura e sulla società italiane. www.annaprandoni.it

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